Comune

Mercato San Severino è un comune in provincia di Salerno che si estende su una superficie dI circa 30 km² (in maggior parte collina e pianura e per circa 1/3 insediamento abitativo, tra il capoluogo e le frazioni), situato tra l’alta Valle del Sarno e la Valle dell’Irno, ai piedi dei monti Picentini. Si trova a nord-ovest della provincia di Salerno e confina con la provincia di Avellino. Ripartito in numerose frazioni, casali e località, presenta zone pianeggianti e zone collinari, con produzioni di grano, mais, patate, vino, olio, pomodori, ortaggi. Confina a Nord – Nord Est con Bracigliano e Montoro (Av); a Est con Fisciano; a Sud – Sud Est con Roccapiemonte, Cava de’ Tirreni e Baronissi; a Ovest con Castel San Giorgio e Siano.
Il capoluogo, Mercato, si estende sulle due rive del torrente Solofrana, addossandosi alle pendici della collina Parco, sovrastata dalle rovine del castello medievale. Alla parte medievale – il centro storico, con piazza Dante (Mercatello), via degli Orefici, Piazza Garibaldi (Mercato Nuovo) – si affianca un vasto ampliamento moderno, che si sviluppa alla destra del torrente, ai lati di corso Diaz (l’antico Decumano).
Le frazioni e località più numerose si trovano a valle, lungo le vie di comunicazione. Acquarola e Spiano sono più a monte. Torello, Carifi e Ciorani sorgono nella zona laterale destra, solcata dal rio Lavinaro.

Il Castello

Il castello del Mercato San Severino è il secondo castello italiano per estensione, ed è composto da un primo nucleo longobardo, un secondo normanno e infine uno svevo. Ad ognuno di essi è attribuibile una cinta muraria, rimaste quasi tutte intatte. La sua estensione originaria era di 350 per 450 metri, per una superficie totale di 157 500 metri quadrati, corrispondenti a ben tre campi da calcio. Fu prima di proprietà dei Sanseverino, poi degli Aragona, per poi essere abbandonato a causa della partecipazione dell’ultimo Sanseverino alla congiura dei Baroni contro Ferrante. Conserva ancora in parte la cappella e la chiesa. Lo stesso San Tommaso si recò in questo castello per far visita alla sorella Teodora sposata con un Sanseverino. Il futuro santo, alloggiò presso il convento Domenicano, attuale sede del comune. All’interno del castello sono state ritrovate armi per la difesa, monete e ceramiche. Per ulteriori informazioni consultare la pagina Wikipedia.

Cenni storici

L’oppidum di Rota, antica denominazione del territorio attualmente identificato con il comune di Mercato S. Severino, è localizzato nelle immediate adiacenze del castello e si estende per gran parte della vallata fino ai confini del comune di Montoro Inferiore. In epoca romana, essendo passaggio obbligato tra il lato settentrionale dell’agro nocerino – sarnese e i primi contrafforti dell’avellinese, diviene importante stazione di pedaggio. Rota, quindi, per la sua posizione, è dal tardo antico alla fine dell’alto medioevo il centro della vita economica di tutto il territorio tra Nocera e Serino – Forino. I termini ad Rotas e abitatori de Rota, rilevati in documenti notarili, stanno ad indicare con buona probabilità l’esistenza di un centro abitato sopravvissuto alle invasioni almeno fino al 1042. Natella ritiene di aver individuato il luogo ad rotas, dove la tribù Menenia esigeva il pedaggio (rotaticum, da cui Rota), in Oscato, denominato vetegalia, dove si è conservata una funzione daziaria fino ai tempi moderni. Poche le testimonianze di epoca romana presenti sul territorio: una torre a base quadrata nei pressi di S. Angelo in località Marcello, i resti dell’Acquedotto Claudio, costruito nel primo secolo a.C., che taglia il corso Diaz di Mercato S. Severino, le cui tracce sono state rinvenute lungo il tratto di strada ferrata presso Curteri, alcuni toponimi (Acigliano, Spiano et al.).
Anche a qualche nome di luogo si limitano le tracce di stanziamenti bizantini. (Catavato, Lancusi et al.). L’antico oppidum di Rota viene occupato dai Longobardi intorno al 633, allorquando da Conza e da Benevento dilagarono nelle pianure nocerina e pestana. La distruzione e la scomparsa momentanea della Rota romana sarebbero scaturite dalla opposizione in armi che gli abitanti tentarono al passaggio dei Longobardi diretti alla volta di Salerno e di Nocera.
Anche se la distruzione di Rota non è documentata; va accettata l’ipotesi che la riorganizzazione dell’abitato e del territorio circostante è attuata dai conquistatori secondo modalità tali da rendere stabile la conquista. D’altronde numerosi toponimi germanici (Sala, Galdo, Faraldo, Curteri, Corticelle et al.) lasciano presupporre l’affermazione di un assetto economico e amministrativo di origine longobarda, cioè di un gastaldato affidato ad un funzionario (gastaldo) dipendente dal potere centrale.
Dunque, questi presunti barbari si stabiliscono nella piana sanseverinese in villaggi che portano il loro segno. Infatti, Pandola, Piazza del Galdo, Galdo, Faraldo, Lombardi, Curteri, Corticelle, S. Martino, S. Angelo, sono toponimi e dedicazioni ecclesiali tipiche dei Longobardi.
Il gastaldato di Rota, definito nella nota divisione dell’848 – 849, ha la sua attestazione documentaria sin dal 798. I suoi confini amministrativi sono l’actum Forinese (verso Avellino), l’actu Nucerie (verso Napoli), Acquamela (verso Salerno) e le Serre di Montoro e di S. Michele (verso est).
Il centro – ecclesiastico civile della valle è la chiesa di S. Maria de Rota, presso Curteri, denominata successivamente S. Marco. Nel suo atrio già nell’803 si riunivano i notai per stendere atti. S. Maria è in seguito plebana maggiore e svolge funzione parrocchiale fino a quando sorge in Mercato un’altra chiesa per il distretto.
Agli inizi del X secolo, quando Rota è divenuto ormai un semplice locum, il centro giuridico – amministrativo si sposta nel castello del Parco. E nello stesso periodo accadde un avvenimento di grande portata storica per la valle: la collocazione da parte del signore locale (il comes rotese o il gastaldo) delle reliquie di S. Severino tra le mura del castello.
Nei documenti dell’epoca S. Severino non compare in alcun documento per tutto il X secolo. E’ solo con l’avvento del normanno Troisio che viene ripristinata, in luogo di Rota, la denominazione S. Severino. Lo stesso Troisio finisce per assumere il nome di Troisio de Sancto Severino in luogo del precedente Troisio de Rota. Note tratte dal sito www.cittadimercatosanseverino.it

La famiglia Sanseverino

Sanseverino: la storia di una delle grandi famiglie nobili italiane
Una delle famiglie nobili più importanti della storia d’Italia è stata la famiglia Sanseverino. Di origine normanna, al capostipite Turgisio, un cavaliere normanno, venne data in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota, l’attuale Mercato San Severino, per la posizione strategica dato che fungeva da collegamento con il ducato di Napoli e quello di Benevento. Nel corso dei secoli la famiglia è diventata una delle sette famiglie nobili del Regno di Napoli e suoi membri hanno ricoperto, più volte, ben 5 dei 7 uffici principali del Regno.

La storia della famiglia è, però, travagliata. Il rischio di scomparire, infatti, è stato corso varie volte nel corso della sua storia quasi millenaria. Tanti sono stati, infatti, gli episodi che videro i Sanseverino come protagonisti: dall’aspra rivalità con gli svevi alla Congiura dei Baroni del XV secolo. I rami principali della famiglia sono stati quelli dei principi di Salerno, dei baroni del Cilento, dei conti di Tricarico, dei duchi di San Donato e dei principi di Bisignano. La famiglia ebbe un singolare privilegio da tutti i regnanti napoletani: in caso di mancanza di un erede maschio i feudi non dovevano disperdersi per successione femminile ma dovevano andare al parente maschio più prossimo. Attualmente, in linea maschile, della famiglia Sanseverino esiste solo il ramo dei baroni di Marcellinara. Articolo apparso su SalernoToday.