La Congiura dei Baroni

La congiura dei baroni è un movimento rivoluzionario che si sviluppò nel Regno di Napoli, tra il 1486 ed il 1487, come resistenza opposta dai Baroni all’opera di modernizzazione dello Stato perseguita dagli Aragonesi a Napoli. Antonello Sanseverino, principe di Salerno, ordì la congiura contro il re Ferdinando I di Napoli nel 1485: consigliato da Antonello PetrucciFrancesco CoppolaLuigi dei Gesualdo da Caggiano, riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie del Regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano: i Caraccioloprincipi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i Del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia (Sinerchia) conti di Sant’Andrea e Rapone. Il piano previsto dai congiurati era il seguente: i Baroni dei territori più vicini alla capitale avrebbero impedito al Re di attraversarli, interrompendo così le comunicazioni di Napoli con il resto del paese. Una volta isolata la capitale, si sarebbe consentito al Papa ed agli altri rinforzi di penetrare nel territorio del Regno al confine tra lo Stato della Chiesa e gli Abruzzi. In ciò, il Papa si sarebbe avvalso dell’aiuto dei Lorena, in nome delle vecchie aspirazioni angioine su Napoli, e di Roberto di San Severino, primo capitano d’Italia, che avrebbe agito per conto della Repubblica Veneta, ma anche per conto dei suoi familiari napoletani.

Il Re, scoperta la congiura, punì pesantemente i suoi avversari dando loro la caccia uno ad uno. La determinazione e la tempestività di questa iniziativa del re scompaginarono non poco le file dei Baroni, che ne subirono pesantemente il contraccolpo negativo. Antonello Sanseverino apparve ancor meno di prima disposto a mediazioni ed a soluzioni diplomatiche, e diffidò ancora di più del re. Di conseguenza si asserragliò in Salerno, mentre la direzione della Congiura andava nelle mani del prudente Gerolamo SanseverinoPrincipe di Bisignano, che riprese a tessere la tela di un possibile accordo con il Re, con il quale giunse ad incontrarsi riportando un certo successo. Giunto a Miglianico, il re raccomandò ai baroni di convincere anche gli assenti, e in primo luogo il Principe di Salerno, a sottoscrivere la pace. I Baroni sembrarono soddisfatti di ciò che il re concedeva loro; e, per renderlo più sicuro, lo vollero accompagnare fino a Terra di Lavoro. Avrebbero poi proseguito verso Salerno, per smuovere il recalcitrante Antonello Sanseverino e, come avevano promesso, fargli accettare le condizioni. Successivamente il Re, contravvenendo i patti, fece imprigionare e giustiziare i baroni più esposti nella congiura.

Per non cadere in mano al re, Antonello fuggì dal Regno travestito da mulattiere e si rifugiò in Francia, dove meditò la sua vendetta, spingendo il re francese Carlo VIII alla conquista del Regno di Napoli. Nel 1495, Carlo VIII, calato in Italia con un grosso esercito, occupò molte città e il 12 di febbraio fece l’entrata in Napoli, avendo a fianco Antonello Sanseverino, grande ammiraglio del Regno e suo principale consigliere. Il Sanseverino sostenne i francesi combattendo per mare e per terra; e specialmente il 6 giugno 1496 nell’assalto dell’isola d’Ischia, dove si era ridotto il nuovo re di Napoli, il giovane Ferdinando II.

Il nuovo re lo reintegrò nei suoi possedimenti e nella carica di grande ammiraglio, concedendogli un assegno annuo di 7000 ducati. Si progettò anche un matrimonio tra la secondogenita di Federico e il primogenito di Antonello. Ben presto, tuttavia, diversi fattori contribuirono a rimettere Sanseverino in contrasto con la monarchia: fra questi un attentato al principe di Bisignano, una spedizione di Federico contro Gaeta e soprattutto il rifiuto del re di restituire integralmente le fortezze cilentane. Antonello però, memore delle recenti sciagure dei Baroni, non si lasciò vincere dalle profferte reali e si chiuse nel suo castello di Teggiano, le cui fortificazioni gli offrivano un asilo saldo e quasi inespugnabile.

Federico riunì un esercito di ventimila tra fanti e cavalli e dopo aver sottomesso la città di Salerno pose assedio al castello di Teggiano, dove Sanseverino era asserragliato con forze esigue, ma deciso a resistere a oltranza. L’assedio si protrasse per un mese e mezzo, peraltro non senza trattative diplomatiche e proposte di accordo, che prevedevano per il ribelle la garanzia milanese, pontificia e soprattutto veneziana, oltre a un indennizzo. La capitolazione avvenne il 17 dicembre. A metà gennaio 1498, Antonello consegnò i suoi castelli e, ottenuto il denaro pattuito, dalla Lucania si spostò a Trani, sulla costa pugliese, controllata dai veneziani; di lì il 10 febbraio si recò a Senigallia, presso il cognato Giovanni Della Rovere. Lì morì circa un anno dopo, il 27 gennaio1499. Il figlio Roberto II Sanseverino recuperò i possedimenti paterni.

Nel novembre 1496 Antonello fece uscire dal presidio di Castelnuovo i soldati francesi e, a dispetto dei nemici, li condusse nei suoi possedimenti di Salerno. Qui ebbe il tempo di comporre un piccolo esercito col quale occupò molti paesi della Puglia e poi lo ricongiunse al grande esercito comandato dal duca di Monpensier. Infine, vedendo le cose dei francesi andare in rovina, si ritirò nel suo castello di Agropoli, dove nel giugno del 1496 ricevette Prospero Colonna, mandatovi da Ferdinando per convincerlo a ritornare alla obbedienza regia. Nel frattempo giunse notizia della morte del re Ferdinando e della successione al trono del principe Federico, il quale cercò in ogni modo di attirarsi l’amicizia del principe di Salerno, il cui valore e la cui potenza erano presso la corte in grande considerazione e rispetto.

Il nuovo re lo reintegrò nei suoi possedimenti e nella carica di grande ammiraglio, concedendogli un assegno annuo di 7000 ducati. Si progettò anche un matrimonio tra la secondogenita di Federico e il primogenito di Antonello. Ben presto, tuttavia, diversi fattori contribuirono a rimettere Sanseverino in contrasto con la monarchia: fra questi un attentato al principe di Bisignano, una spedizione di Federico contro Gaeta e soprattutto il rifiuto del re di restituire integralmente le fortezze cilentane. Antonello però, memore delle recenti sciagure dei Baroni, non si lasciò vincere dalle profferte reali e si chiuse nel suo castello di Teggiano, le cui fortificazioni gli offrivano un asilo saldo e quasi inespugnabile.

Federico riunì un esercito di ventimila tra fanti e cavalli e dopo aver sottomesso la città di Salerno pose assedio al castello di Teggiano, dove Sanseverino era asserragliato con forze esigue, ma deciso a resistere a oltranza. L’assedio si protrasse per un mese e mezzo, peraltro non senza trattative diplomatiche e proposte di accordo, che prevedevano per il ribelle la garanzia milanese, pontificia e soprattutto veneziana, oltre a un indennizzo. La capitolazione avvenne il 17 dicembre. A metà gennaio 1498, Antonello consegnò i suoi castelli e, ottenuto il denaro pattuito, dalla Lucania si spostò a Trani, sulla costa pugliese, controllata dai veneziani; di lì il 10 febbraio si recò a Senigallia, presso il cognato Giovanni Della Rovere. Lì morì circa un anno dopo, il 27 gennaio 1499. Il figlio Roberto II Sanseverino recuperò i possedimenti paterni