Le Storie

La storia di Mercato S. Severino è ricca e affascinante. La nostra città eredità un passato che l’ha vista protagonista degli eventi e delle vicissitudini più importanti della storia d’Italia e d’Europa. I Sanseverino con le loro gesta ed i loro rapporti rappresentano un bagaglio storico e culturale che ci rende orgogliosi ma allo stesso tempo ci obbliga a tutelare, conoscere e valorizzare questo patrimonio.

Il comune di Mercato S. Severino inserisce questo evento all’interno di un percorso, iniziato molti anni fa, e che ha visto tanti studiosi, persone ed associazioni prendervi parte, allo scopo di promuovere la storia della città e gettare le basi per uno sviluppo turistico e culturale degno del suo passato.

I Sanseverino sono stati una delle più illustri casate storiche italiane, la prima delle Serenissime Sette Grandi Case del Regno con i d’Aquino, gli Acquaviva, i del Balzo, i Ruffo, i Celano e i de Moliso, con un ramo della famiglia che ottenne feudi anche nella Valle Padana a partire dal XV secolo. Nel suo complesso la famiglia arrivò a dominare su più di 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati e 10 principati distribuiti soprattutto tra Calabria, Campania, Basilicata e Puglia, tra cui Padula ove nel 1306 Tommaso II Sanseverino fondò la Certosa dedicata a San Lorenzo. Fra i suoi membri si annoverano cardinali, viceré, marescialli e condottieri ed suoi rappresentanti, nei secoli, ricoprirono cinque dei sette Grandi Uffici del Regno di Napoli: Gran Conestabile, Grande Ammiraglio, Gran Camerlengo, Gran Protonotario e Gran Giustiziere. Più volte vestirono l’abito di Malta. Fu insignita delle più alte onorificenze: Granducato di Spagna di 1° classe, dell’Ordine del Toson d’oro, dell’Ordine dell’Ermellino, dell’Ordine del Nodo, della Gran Croce dell’Ordine di S. Ferdinando e del Merito, del Real Ordine di S. Gennaro e di molti altri. Arrigo Sanseverino, conte di Mileto, nel 1381 fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Godette di nobiltà in Genova, Venezia, Milano, Piacenza, Modena, Capua, Salerno e Napoli ove fu aggregata al Patriziato Napoletano del Seggio di Nido e, dopo l’abolizione dei sedili (1800), fu iscritta al Libro d’Oro Napoletano nelle sue linee dei principi di Bisignano, principi di Paceco e conti di Saponara. Di questa storica famiglia, attualmente, sussiste il solo ramo dei Baroni di Marcellinara.
La casata ebbe origine dal cavaliere normanno Troisio (o Turgisio), sceso in Italia a seguito di Roberto il Guiscardo, e da questi ebbe in dono la contea di Rota, posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito, nel 1066, la sua dimora sulla collina del Parco che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, assunse il nome di Sancto Severini a seguito della collocazione nel castello di una reliquia dello stesso. La famiglia diede poi nome al territorio Universitas Sancto Severini.
Nel XV secolo i Sanseverino si divisero nei due grandi rami di Salerno e di Bisignano. Altri rami furono quelli dei Sanseverino conti di Lauria e duchi di Scalea, Sanseverino duchi di San Donato, Sanseverino conti di Tricarico, Sanseverino conti di Caiazzo e conti di Colorno, Sanseverino baroni di Càlvera, Sanseverino baroni di Marcellinara e molti altri rami minori. Da questa famiglia discende inoltre la famiglia Sangineto, dimorante anticamente in Napoli e Calabria, che prese il nome dal feudo di Sangineto.
I Sanseverino ebbero, nel Regno di Napoli, un trattamento semi-sovrano, sempre riconfermato da tutti i sovrani succedutesi su quel trono. Ne è dimostrazione l’eccezionale e unico privilegio concesso ai Sanseverino e confermato alla casata anche da Carlo V nel 1520, secondo il quale in mancanza dell’erede maschio i feudi non si dovevano mai disperdere per successione femminile, dovendo essi passare al parente maschio più vicino. Nonostante l’importanza assunta nel regno, essi furono spesso in contrasto coi re di Napoli: la famiglia fu quasi distrutta prima dagli Svevi e poi dagli Aragonesi, ma riuscì sempre a sopravvivere ed a ritornare all’antico splendore.
Nel 1161 il castello subisce l’assedio da parte dell’esercito di Guglielmo il Malo, re di Sicilia, a difenderlo le due nobildonne Fenizia, moglie del defunto Enrico I, e Marotta, sua figlia: cade dopo tre mesi. Nel 1463 Roberto I, conte di Marsico, fu insignito del titolo di principe di Salerno ed ottenne il privilegio di battere moneta e nominare feudatari i suoi vassalli; sposò Raimondina del Balzo e divenne il più importante personaggio del Regno. Fu nominato grande ammiraglio e, al comando della sua flotta, le cui navi innalzavano le insegne degli Aragonesi e dei Sanseverino, fu il vincitore della battaglia di Ischia (1464) contro Giovanni d’Angiò che aveva occupato l’isola.
Il figlio di Roberto, Antonello, conte di Marsico e principe di Salerno, sposò Costanza di Montefeltro, figlia del duca di Urbino. Abitò nel sontuoso palazzo di piazza del Gesù in Napoli, di cui oggi resta solo la facciata facente parte della Chiesa del Gesù, fatto costruire dal padre e terminata nel 1470. Nel 1486 fu il promotore della Congiura dei Baroni, e fece imprigionare Federico d’Aragona, secondogenito del re, durante la sua visita a Salerno, il quale riuscì miracolosamente a fuggire. Il Sanseverino dovette, quindi, espatriare e gli furono confiscati tutti i beni. Ritornò in Italia con Carlo VIII, re di Francia, che, conquistata Napoli, restituì ad Antonello i suoi possedimenti.
Nel’500 Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, conte di Marsico e duca di Villermosa, ebbe per segretario il padre di Torquato Tasso; sposò Isabella Villamarina, contessa di Capaccio. Nel 1535 comandò le truppe napoletane all’assalto di Tunisi. Fu perseguitato dal vicerè Alvarez de Toledo per avergli impedito di istituire il famigerato Tribunale dell’Inquisizione. Accusato ingiustamente di tradimento dall’imperatore Carlo V, rinunciò a tutti i suoi feudi e titoli, si trasferì in Francia ove fu accolto con grandi onori. Si estinse così il ramo primogenito dei principi di Salerno.
Nel 1272, fondamentale importanza assume il ruolo di S. Tommaso D’Aquino, che recatosi in visita alla sorella Teodora, sposa di Ruggiero II Sanseverino, soggiornò nel castello. Leggenda vuole che fu proprio nel castello dell’antica Rota che il santo ebbe l’ultima visione del paradiso prima della morte.